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DIFFAMAZIONE E DIRITTO ALL’IMMAGINE AI TEMPI DEL COVID

Nei giorni di quarantena forzata è capitato di verificare che alcune persone tendono a tenere comportamenti illeciti o comunque che violano le normative vigenti. Permane però il diritto alla riservatezza ed alla reputazione di ogni individuo.

Nei giorni di isolamento dettato dalle normative in merito al Coronavirus è capitato a tutti noi, ed in particolare a chi ha un forte senso del rispetto delle regole, di verificare che alcune persone tendono a tenere comportamenti illeciti o comunque che violano le normative vigenti. Tali comportamenti, che in una situazione di normalità sarebbero generalmente considerati al più riprovevoli e forse anche tollerati, divengono invece nella situazione che tutti viviamo quotidianamente, non ammissibili, in quanto possono mettere in pericolo la salute di ciascuno di noi e sono pertanto inaccettabili.

Ciò detto, peraltro, fermo restando che è del tutto legittimo esprimere il proprio diritto di critica, anche in modo diretto nei confronti di quei soggetti che paiono non rispettare le regole di comune convivenza che oggi rappresentano anche le regole fissate per evitare la diffusione del contagio, occorre fare sempre molta attenzione alle modalità con cui si manifesta il proprio dissenso.

Spesso infatti in questi giorni si assiste alla diffusione sui social di immagini di persone che escono di casa a piedi o in automobile e che vengono filmate a loro insaputa e la cui identità appare in chiaro, spesso accompagnata da altri elementi che ne rendono agevole l’identificazione ( numeri civici e vie delle loro abitazioni, targhe delle macchine). Tali immagini vengono oltretutto spesso condivise ed accompagnate da post nei quali le suddette persone vengono tacciate di aver violato norme di legge o addirittura di essere dei veri e propri untori, insinuando che siano soggetti alla misura della quarantena.

Anche qualora vi fosse fondamento in ciò che si vuole denunciare, ricordiamo tuttavia che una tale condotta costituisce un illecito. In tal modo infatti si viola la legge, ricorrendo ad una giustizia fai da te che è contraria proprio allo stato di diritto che vogliamo tutelare. Bene sarebbe invece segnalare i casi alle autorità preposte alle verifiche, le uniche che hanno la potestà di accertare se in effetti siano stati posti in essere dei comportamenti illegittimi e, in caso affermativo, di sanzionarli.

Permane, infatti, il diritto alla riservatezza ed alla reputazione di ogni individuo, diritto che non può venire assolutamente compromesso, posto altresì che le pur legittime segnalazioni devono essere verificate dagli organi preposti (polizia, carabinieri) che in caso di accertate violazioni irrogano le sanzioni previste dall’art 4 del D.L. 25 marzo 2020.

Coloro i quali, anziché rivolgersi alle autorità competenti, decidono deliberatamente di adottare soluzioni giustizialiste, pubblicando immagini di terzi senza il loro consenso sui social, ovvero condividendole su chat di gruppo, insinuando anche che costoro stiano violando la legge, commettono le seguenti violazioni:

  1. art 10 c.c. che tutela il diritto all’immagine delle persone e che stabilisce il diritto al risarcimento del danno e la cessazione dell’abuso da parte di chi espone o pubblica l’immagine di una persona o dei suoi congiunti ” fuori dei casi in cui l’esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti”;
  2. art 595 comma 3 c.p. ( diffamazione aggravata) che punisce con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516,00 € chi, comunicando con più persone ( e dunque anche sui social o nelle chat di gruppo o a mezzo posta elettronica), offende l’altrui reputazione.

Occorre dunque, anche in questa situazione emergenziale, prestare la massima attenzione ed utilizzare i social avendo riguardo al diritto alla riservatezza ed alla reputazione altrui.

Lara La Piscopia

I RISCHI DEL “SEXTING” TRA I MINORI

La tendenza a inviare foto e messaggi sessualmente espliciti via PC o smartphone, coinvolge un adolescente su quattro, un incubo per i genitori dell’era digitale.

Con il termine “sexting” si indicano tutte quelle condotte poste in essere nell’ambito di un rapporto interpersonale di natura privata, di produzione, possesso o cessione di immagini o video pornografici autoprodotti in modo spontaneo da un minore e da questi inviati ad un partner, ad un amico, ad un coetaneo. In tal caso si parla di “sexting primario“. Quando le suddette immagini e i video vengono ceduti o diffusi a terzi da parte di chi li ha ricevuti da un minore, senza il suo consenso, si parla invece di “ sexting secondario“. Spesso ciò si verifica al termine di una relazione sentimentale tra coetanei, in genere al fine di umiliare l’ex partner, per arrecargli un danno o per vendetta ( in quest’ultimo caso si parla di ” revenge porn“).

I pericoli sottesi a questa pratica molto diffusa tra i minori sono molto alti (secondo una recente ricerca di skuola.net della Polizia di Stato almeno un minore su 4 di età compresa tra i 13 ed i 18 anni ha praticato il “sexting ” e, di questi, almeno il 15% ha subito la cessione a terzi delle immagini intime che lo riguardavano).

Ma perchè il sexting è da considerarsi pericoloso?

Se è vero che le app per il sexting permettono di inviare messaggi che si autodistruggono e impediscono al destinatario di scaricarle e di effettuare screenshot, il fenomeno si è diffuso anche attraverso altre app di messaggistica instantanea, la più usata tra queste è WathsApp. Quindi, le sole app di settore, potrebbero non essere sufficienti per mettersi al riparo dal revenge porn e altri tentativi di ricatto di partner poco leali o ex in cerca di vendetta. Per un adolescente, dedicarsi al sexting è molto semplice, ma alquanto pericoloso, soprattutto se nel praticarlo si è poco attenti alla propria privacy e alla difesa della propria intimità.
Diversi casi di cyberbullismo, testimoniano che non sempre le foto o i video realizzati per il sexting restano privati. Può capitare, per i motivi più svariati, che la persona che li riceve inizi a diffonderli online, provocando danni (sia psicologici, sia d’immagine) difficilmente calcolabili.

Una volta che si preme sul pulsante invia, infatti, la foto o il video non sono più sotto il nostro diretto controllo e, di fatto, chi li riceve può decidere di utilizzarli come meglio crede. Prima di diventare un fenomeno virale del web, e trovarsi invischiati in una vicenda a dir poco squallida, meglio quindi pensare preventivamente a tutte le possibili conseguenze.

Per questo, è assolutamente necessario che il minore che scopra che le proprie immagini e/o video intimi sono state cedute a terzi senza il suo consenso, sporga tempestivamente denuncia-querela, così da arginare gli effetti che potrebbero derivare dalla diffusione dei contenuti ad un numero indeterminato di persone.

Tale condotta, infatti, integrerà il reato di cui all’art. 600 ter comma 4 c.p. (offerta o cessione di materiale pedopornografico), punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da € 1.549,00 a € 5.164,00, ovvero il più grave reato di cui all’art. 600 ter comma 3 c.p. , allorché il materiale venga messo a disposizione di soggetti indeterminati, (diffusione od offerta di pedopornografia), punito con la reclusione da 1 a 5 anni e con la multa da €2.582,00 ad € 5.1545,00. In entrambi i casi la Procura dovrà procedere d’ufficio a svolgere le indagini del caso.

Per la giurisprudenza è irrilevante il fatto che il materiale sia stato in origine prodotto direttamente dal minore senza una sua oggettiva utilizzazione da parte di terzi e ciò in quanto la strumentalizzazione del soggetto minore avviene nel momento in cui la sua immagine diviene oggetto di cessione per il soddisfacimento di altri interessi. E’ importante, dunque, che il minore vittima di tali condotte superi la vergogna o il senso di colpa che purtroppo spesso, anche se ingiustamente, si provano in queste circostanze e si rivolga nel più breve tempo possibile ad un adulto di riferimento o ad un soggetto che abbia le competenze per sostenerlo ed aiutarlo.

Lara La Piscopia