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VITTIMA DI REVENGE PORN LICENZIATA: DANNO D’IMMAGINE

I video della donna, 40 anni di Brescia, erano stati diffusi illecitamente ed aveva quindi presentato denuncia alle autorità. Da parte del suo datore di lavoro è però scattato il licenziamento

Prima emarginata da colleghi e superiori, poi licenziata. Vittima due volte: è la storia incredibile di una 40enne bresciana, professionista nel mondo della medicina e protagonista di un caso di revenge porn. Dopo che le minacce e la persecuzione telefonica l’avevano raggiunta anche sul posto di lavoro, lo studio con il quale collaborava le ha consegnato la lettera di dimissioni. La donna ha deciso di impugnare il licenziamento

I video hot, che la donna aveva personalmente girato e inviato a un amante due anni fa, erano diventati pubblici e virali tanto da finire in chat aperte anche in Sudamerica. L’hanno chiamata da ogni parte del mondo perché con i filmati era pure allegato nome, cognome, professione e numero di telefono. In alcuni casi il cellulare della 40enne era stato associato a immagini pedopornografiche.

È stata la stessa vittima a presentare denuncia in Procura a Brescia: tre persone sono iscritte nel registro degli indagati per revenge porn. Quelli cioè che la donna sapeva con certezza avessero i video incriminati. In un supplemento di denuncia ha poi fatto un’altra ventina di nomi di persone che dopo aver ricevuto i filmini li hanno condivisi.

La 40enne ha denunciato persino l’esistenza di una chat di carabinieri e polizia nella quale sono girate le immagini hot senza che nessuno sia intervenuto per bloccare o per denunciare il caso. Da Brescia, a Torino, fino al Sud Italia.

Ora, dopo giorni di mail incrociate tra avvocati, uno degli studi, a Cremona, dove la donna lavorava, ha firmato la lettera di licenziamento immediato per “danno di immagine”. Il responsabile della struttura sostiene di ricevere chiamate da uomini che vogliono un appuntamento con la professionista “senza far riferimento alla problematica da affrontare e senza lasciare recapito telefonico e rifiutano di vedere un altro medico”.

Fonte: TG Com24
CLICCA QUI e leggi tutto l’articolo con le dichiarazioni della vittima (della quale si mantiene l’anonimato) del vice ministro dell’Interno Vito Crimi e della consigliera regionale Pd del Lazio Michela Di Biase

DIFFAMAZIONE ONLINE OSPITE DI ÈLive TV

L’avvocato Marina Manfredi è stata ospite della trasmissione Sette&Mezza condotta dal giornalista Paolo Bollani.
Nella trasmissione si sono toccati argomenti come diffamazione, cyberbullismo e revenge porn.
Di seguito il video della trasmissione integrale andata in onda in diretta nella serata del 17 Febbraio 2020.

TOUR NELLE SCUOLE PER UN WEB SICURO

Si è concluso il “progetto scuole” che ha visto impegnato il team di Diffamazioneonline per circa un mese. Una serie di incontri tenuti con gli studenti delle scuole superiori sul tema dei pericoli che il web può riservare ai naviganti.

Il team di diffamazioneonline è salito in cattedra a spiegare a circa 400 studenti, quali sono i pericoli del web e i rischi di attività che possono portare ad una denuncia o a fenomeni dei nostri giorni come sextortion, adescamento online e revenge porn.
In una serie di incontri tenutisi presso gli istituti di Brescia Andrea Mantegna (Alberghiero) e Astolfo Lunardi (tecnico ad indirizzi commerciali), gli avvocati Stefania Giribaldi (del Foro di Cremona) Lara La Piscopia (Del Foro di Milano), e Marina Manfredi (del Foro di Brescia) hanno esaminato i risultati di un breve test a cui gli studenti hanno risposto attraverso una piattaforma web che pubblichiamo qui di seguito.

Dai risultati dei test e dai successivi incontri, si evince quanta poca informazione ancora ci sia tra i giovani sul tema e quanti rischi corrano i ragazzi inconsapevolmente  ogni giorno sul web. Questo test mette anche in evidenza quanto gli adolescenti siano esposti a commettere o subire reati di cui poi pagano spesso conseguenze pesanti.
Gli incontri hanno avuto una scaletta studiata appositamente per attirare l’attenzione dei ragazzi. Il videoclip della canzone Vorrei ma non posto di J-AX e Fedez che è ormai datato per la velocità con cui sui social passano le mode, ma ancora attualissimo per i contenuti, ha aperto gli incontri. Di questo brano l’Avvocato Marina Manfredi ha “spezzettato” ogni frase commentando con i ragazzi i passaggi salienti ed il messaggio che i due artisti hanno voluto lanciare ai giovani oltre al discorso musicale.
Attraverso questo e a racconti di vita d’attualità, si è cercato di rendere i ragazzi consapevoli e che solo attraverso la conoscenza delle regole si possono fare delle scelte, infatti solo sapendo i significati delle parole queste possono essere usate nel modo corretto: non solo per condividere ma soprattutto per vivere la vita.
Di seguito l’Avvocato Stefania Giribaldi ha illustrato come agire nell’immediatezza indicando in termini pratici quali sono le prime azioni da mettere in atto per conservare le prove della diffamazione utili poi in caso di denuncia. Istruzioni pratiche e una sorta di vademecum da applicare nell’immediatezza del fatti. Infine l’Avvocato Lara La Piscopia ha riportato tragici esempi di come il web possa rovinare la vita. Le storie di Tiziana Cantone e Michela De Riu, morte suicide a seguito di riprese e pubblicazioni hard a loro insaputa, hanno dato il via ad un interessante ed aperto confronto tra professionisti e studenti.

Visto il successo ottenuto dall’iniziativa, il team di diffamazioneonline, ringraziando studenti, dirigenti e docenti degli Istituti Andrea Mantegna e Astolfo Lunardi di Brescia, si prepara già per una nuova serie di incontri in vista del prossimo anno scolastico ed è al vaglio anche la possibilità di effettuare incontri con i genitori e i docenti che si sono mostrati interessati all’iniziativa.

L’INGIURIA SUL WEB DOPO LA DEPENALIZZAZIONE

Con il D.Lgs. nn. 6 e 7 del 15/1/2016 il reato di ingiuria è stato depenalizzato. Vediamo come è cambiata la normativa, come difendersi e altri aspetti importanti su questo ormai ex reato

Molti esperti di diritto sostengono che, a seguito della depenalizzazione del reato di ingiuria sia più difficile dimostrare la colpevolezza attraverso prove certe e tangibili.
In un processo penale, infatti, la sentenza può essere emanata solamente sulla base delle dichiarazioni della vittima, mentre in quello civile è necessaria la testimonianza di terzi per confermare un illecito.
Risulta ovvio, però, che non sempre le persone sono disposte a partecipare a un processo in Tribunale. Inoltre, il testimone deve avere assistito in prima persona all’ingiuria.

Uno dei metodi più efficaci per dimostrare i fatti è registrare di nascosto la discussione attraverso una specifica app sullo smartphone, ma anche in questo caso è improbabile poter prevedere il momento esatto in cui un interlocutore possa offendere l’onore e la reputazione di un altro soggetto, per potere attivare la registrazione.
Se l’ingiuria avviene tramite i social network, ad esempio Facebook, è più facile potere avere delle prove a disposizione, ad esempio la stampa dello schermo, detta screenshot, in alcuni casi può essere considerata una prova attendibile, se non viene contestata dalla controparte per essere una riproduzione meccanica facilmente alterabile.
In questo caso i testimoni potrebbero dichiarare di avere letto il post con il messaggio incriminato, prima che venisse cancellato dall’autore.

Risarcimento del danno da ingiuria

Abbiamo detto che, a partire dal 2016 è molto più difficile dimostrare di avere subito una ingiuria. Il reato, infatti, è stato depenalizzato, ed ora non è più possibile procedere a livello penale.
La vittima, quindi, può denunciare l’accaduto in un giudizio civile di fronte a un Giudice di Pace o in Tribunale se il fatto è più grave, per ottenere il risarcimento dei danni.
La questione più importante, come abbiamo sottolineato nel paragrafo precedente, riguarda le prove da portare in giudizio per supportare i fatti. Senza documentazioni o testimonianze è impossibile procedere.
Dopo avere recuperato le prove, la vittima anticipa le spese per l’avvocato e per la causa ordinaria, considerando che la durata di un processo civile può essere anche molto lunga. Un individuo in difficoltà economica può avvalersi del gratuito patrocinio.
Tuttavia, per le cause con importo inferiore a 50.000, prima del giudizio vero e proprio, l’avvocato deve procedere alla cosiddetta negoziazione assistita con la controparte. Attraverso una comunicazione scritta, il legale, cerca infatti di trovare un accordo, per tentare di ovviare alla causa in tribunale, visti i tempi molto lunghi della giustizia italiana. 
Va sottolineato anche che, l’illecito di ingiuria si prescrive in 5 anni, quindi la vittima può agire solo entro tale limite temporale, per potere ottenere un risarcimento danni.

Come può difendersi la vittima?

Prima di essere depenalizzato il reato di ingiuria prevedeva una pena alla reclusione fino a 6 mesi o una sanzione pecuniaria fino a 516 euro. Nella realtà dei fatti ciò accadeva di rado, in quanto molti procedimenti finivano quasi sempre in prescrizione, e per i fatti più lievi il caso veniva archiviato senza applicare alcuna pena.
Quindi possiamo dire che, anche prima della depenalizzazione stabilita dalla legge del 2016 il colpevole non veniva punito. 
La vittima aveva comunque la possibilità di citare in giudizio civile il soggetto per chiedere un risarcimento del danno.
A seguito dei cambiamenti normativi del 2016, le cose sono cambiate parecchio. Ora è prevista solo una sanzione civile, cioè una multa che varia da 100 a 8.000 euro. Se si tratta di un’ingiuria aggravata, cioè, commesso in presenza di più persone, la sanzione pecuniaria è superiore, tra 200 e 12.000 euro.

Ma come deve agire la vittima?

A seguito delle novità introdotte negli ultimi anni una persona che ha subito un’ingiuria non deve più fare una querela presso i carabinieri, ma deve intentare una causa civile per ottenere il risarcimento danni.
Se la somma richiesta è inferiore a 5000 euro la questione sarà discussa davanti al Giudice di Pace, in caso contrario la competenza sarà del Tribunale.

Le tempistiche per una causa civile possono essere anche molto lunghe, a seconda del carico di lavoro dei difensori e del magistrato e del numero di testimoni, in ogni caso solitamente non è mai inferiore ai 3 anni.

Il Giudice può condannare il colpevole al pagamento:

  • dei danni provocati alla vittima
  • delle spese processuali
  • di una sanzione civile alla Cassa Ammende dello Stato

Se la persona offesa decide di non agire in Tribunale, limitandosi a scrivere una lettera di diffida, non verrà applicata alcuna sanzione civile e il responsabile resterà impunito, non essendo un illecito perseguibile d’ufficio.

Differenze tra ingiuria, diffamazione e calunnia 

Per completare l’analisi in merito al significato di ingiuria nella giurisprudenza italiana, è utile chiarire quali sono le differenze tra la diffamazione e la calunnia, per alcuni versi simili, ma in realtà con peculiarità molto diverse tra loro. Molto spesso, infatti, i reati vengono confusi tra loro, e i termini stessi vengono usati quasi come sinonimi.
Abbiamo detto che si tratta di ingiuria quando viene leso l’onore e il decoro di una persona che è presente nel momento in cui vengono pronunciate le parole e le frasi offensive. Se la vittima non è presente, però, l’illecito è diverso e si tratta di diffamazione, cioè di una lesione alla reputazione altrui, fatta comunicando con terzi mentre il diretto interessato non è presente. Si verifica una calunnia, invece, quando una persona viene accusata ingiustamente di fronte a una pubblica autorità, in riferimento a fatti non veri.

QUANDO CONDIVIDERE DIVENTA REATO

Avere la stessa opinione di chi scrive un post sui social, a volte porta a condivere sul proprio profilo. Ma se questo risulta offensivo o diffamatorio ci mette allo stesso livello dell’autore.

Quando si condivide sulla propria bacheca un post offensivo altrui è pacifica per la Giurisprudenza la configurazione del reato di Diffamazione Aggravata ex Art. 595, comma 3, C.P. in quanto il gesto compiuto, è sicuramente cosciente e volontario volto inoltre ad aumentare
la visibilità del post offensivo mediante la sua visualizzazione da parte di tutti i nostri contatti.

I COMMENTI
Fa invece ancora discutere il caso in cui un utente abbia pubblicato un commento intervenendo in una discussione su un post altrui dove siano presenti messaggi di altri utenti dal contenuto offensivo.
In questi casi occorre investigare sulla forma del messaggio postato dall’utente nonchè sull’esposizione del commento.
Secondo la Cassazione infatti chi abbia inserito su Facebook un messaggio privo di intrinseca portata offensiva non può rispondere del reato di diffamazione per il solo fatto che tale messaggio sia stato pubblicato nel contesto di una discussione durante la quale altri partecipanti abbiano in precedenza inviato messaggi contenenti espressioni offensive.
Dunque, se l’utente Facebook, pur dimostrando con il proprio commento di
condividere la critica iniziata da altri, partecipi al treat di discussione che ne è scaturito,ma non ha condiviso le forme espressive illecite attraverso cui gli altri soggetti l’abbiano promossa, non può essere condannato (Cass. sent. n. 3981/2015). Non può avere rilevanza penale la condotta di chi abbia inteso sì condividere una critica nei confronti della persona offesa, ma nel farlo sia rimasto entro i limiti ben definiti dell’esercizio del proprio diritto di manifestazione del pensiero, senza eccedervi in alcun modo ed esercitando invece tale suo diritto nei limiti della continenza richiesta dall’ordinamento, quindi senza ricorrere alle espressioni offensive utilizzate da altri, nè dimostrando di volerle amplificare attraverso il proprio comportamento (Cassazione penale, sez. V, sentenza 29/01/2016 n° 3981)

Il reato, invece, sussiste – ad ogni effetto di Legge – anche nei confronti di colui che si limita ad aggiungere al post originale un successivo

COMMENTO AVENTE LA MEDESIMA PORTATA OFFENSIVA.
La condotta di postare un commento sulla bacheca Facebook, per la idoneità del mezzo utilizzato, realizza – infatti – la pubblicizzazione e la diffusione del commento stesso, nonché la sua circolazione tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica (cfr.Trib. di Campobasso, Sez. pen., sent. n. 396/2017).

Ne consegue che anche la reputazione di una persona che per taluni aspetti sia stata già compromessa, può divenire oggetto di ulteriori illecite lesioni giacché gli elementi diffamatori aggiunti ben possono comportare una maggiore diminuzione (ovvero maggiore lesione) della reputazione della persona offesa nella considerazione dei consociati (cfr. Trib. di
Campobasso, Sez. pen., sent. n. 396/2017; Cass. Sez.V, 47452 del 7 dicembre 2004).

DIFFAMAZIONE ONLINE NELLE SCUOLE

Prende il via il progetto del team di avvocati di Diffamazione On Line che da domani si attiverà per una serie di dibattiti sui pericoli che il web nasconde dietro l’angolo.


Il primo di questi appuntamenti avverrà in collaborazione con l’Istituto Mantegna di Via Fura a Brescia dove si parlerà di diffamazione sul web ma soprattutto sui pericoli che i social network nascondo in materi
Il via a questa serie di incontri, che coinvolgeranno gli studenti attraverso un questionario che negli ultimi giorni sta riscuodendo molta partecipazione, avverrà quindi presso la Sala della Biblioteca dell’Istituto Alberghiero Andrea Mantegna nei giorni 14, 21 Gennaio e 4 Febbraio 2020 dalle ore 11 alle ore 13.
Questa iniziativa è stata approvata dal Collegio Docenti e condivisa dagli stessi insegnati come forma di prevenzione.
Nei prossimi mesi il team di avvocati di Diffamazioneonline, proporrà lo stesso tema di incontri anche presso l’Istututo Lunardi di Brescia.

LIKE FACEBOOK, OCCHIO ALL’EFFETTO BOOMERANG

Un pollice verso o un cuoricino come segno di gradimento, può compiacere all’autore del post, ma a volte questo potrebbe avere effetti sgradevoli con il conseguente intervento della Autorità Giudiziaria


Un like su Facebook costituisce un’attività effettuata con estrema facilità, a volte con leggerezza e in modo compulsivo. Così è facile non pensare alle conseguenze che potrebbero derivarne.
Infatti,

Se il post a cui mettiamo il nostro “Mi Piace” presenta dei contenuti offensivi o addirittura razzisti e/o discriminatori, la nostra attività potrebbe essere considerata penalmente rilevante e potremmo, anche, subire un processo con l’accusa di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3 c.p.

In Italia esistono al momento soltanto due casi di rinvio a giudizio per
diffamazione aggravata a seguito di like aggiunti a contenuti postati su FB da altri soggetti.
Il primo riguarda 7 persone accusate di aver apprezzato un post che accusava il sindaco e alcuni dipendenti comunali del comune San Pietro Vernotico (Brindisi) di essere “fannulloni e assenteisti”.
Il secondo, contestato dalla procura di Genova ad alcuni soggetti che apposero il like ad un post dal contenuto razzista nei confronti dell’ etnia rom.
Va comunque sottolineato che, se il post contiene anche insulti razzisti e discriminatori (come nel suddetto caso all’ esame della procura di Genova), si corre il rischio di essere incriminati per “incitamento all’ odio raziale”, secondo quanto previsto dalla L. 25 giugno 1993 n. 205 (c.d. legge Mancino).

Nell’ attesa di una prima pronuncia dei tribunali italiani in merito, dal momento che nessun procedimento si è ancora concluso con l’emanazione di una sentenza, appare molto difficile che si pervenga ad una condanna per diffamazione a causa di un apprezzamento lasciato su un post altrui di Facebook.
Infatti, secondo quanto previsto dal nostro ordinamento, la diffamazione è
un reato doloso, ovvero l’autore deve agire con coscienza e volontà di
commettere il reato per poter essere dichiarato colpevole.

Un like può sì avere un effetto rilevante, perché fa apparire il post apprezzato sulla home di Facebook dei nostri amici, contribuendo, così, ad aumentare la diffusione del post diffamatorio,


Tuttavia l’accusa dovrebbe dimostrare la coscienza e la volontà del gesto, cosa che risulta alquanto improbabile dal momento che mettere un “like” costituisce un gesto quasi automatico, che molte persone compiono con estrema leggerezza, a volte anche soltanto per compiacere l’autore del post, senza averne preventivamente esaminato con attenzione il contenuto.


Inoltre, accade spesso, che un “mi piace” possa essere messo per sbaglio o
disattenzione, specialmente se l’autore ha operato tramite uno smartphone touchscreen, cui basta sfiorare lo schermo per far partire involontariamente degli apprezzamenti a post di cui non si è nemmeno a conoscenza.

Ad oggi l’unica sentenza di condanna emessa nei confronti di un soggetto che aveva ripetutamente “apprezzato” dei post su Facebook è quella emessa dal
TRIBUNALE DI ZURIGO
La vicenda risale a giugno 2017, quando un giudice distrettuale di Zurigo, ha condannato un uomo di 45 anni al pagamento di una multa di 4.000 Franchi poiché colpevole di aver espresso, per ben 6 volte, il proprio gradimento con il classico “Mi piace“, a delle espressioni ingiuriose nei confronti, di un esponente animalista.
In sostanza il condannato aveva approvato le accuse di antisemitismo e razzismo, rivolte al suddetto esponente da altri frequentatori di Facebook, cui aveva concesso la propria amicizia.
Il 45enne finito sotto processo in seguito a una denuncia da parte del soggetto a cui erano rivolti i post infamanti, non è riuscito ad ottenere l’assoluzione neppure dimostrando che le accuse più recenti, nei confronti di quest’ultimo, avessero fondamento.

IN CONCLUSIONE
il consiglio è quello di verificare con attenzione il contenuto
dei post che si vanno ad apprezzare, per evitare di essere comunque coinvolti in spiacevoli vicende giudiziarie; in ogni caso, stenersi dal pubblicare, condividere e approvare qualsiasi post che possa risultare offensivo e diffamatorio nei confronti di un altro soggetto.

Ciò anche nell’ ottica di un uso più responsabile e civile dei social network e delle immense potenzialità che la rete ci offre.

ODIO SUL WEB: LE CONSEGUENZE LEGALI

Dai migranti ai carabinieri, solo per rimanere agli ultimi fatti di cronaca, le affermazioni d’odio corrono sempre più numerose sulla rete. Ma hanno precise conseguenze per la nostra legge.

Divulgare sui social network, nei blog e su internet in generale frasi che incitano alla discriminazione o a commettere violenze per motivi religiosi, etnici o razziali significa commettere un reato per i reati previsti dalla legge Mancino (l. 205/93). […]

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PEDOFILIA WEB, 51 INDAGATI, 30 MINORENNI

Indagati in diverse città d’Italia dalla Procura Distrettuale per detenzione e divulgazione di pornografia minorile sul web. Un’operazione a cura della Polizia Postale di Catania. Proseguono le perquisizioni in tutta Italia

Le indagini hanno preso avvio dopo la denuncia della madre di un adolescente che si era accorta della presenza nello smartphone del figlio di immagini erotiche di minori pubblicate su due gruppi WhatsApp, ai quali il figlio aveva aderito, chiamati “Tana della Luna” – da cui il nome dell’operazione – e “scoobyDank”, che inizialmente condividevano immagini e video di torture, suicidi e simili.

La Polizia Postale ha acquisito il contenuto dello smartphone, che la donna ha consegnato spontaneamente, e quello dei gruppi Whatsapp, individuando così circa 300 persone che vi avevano aderito e riuscendo ad identificare quelle che avevano divulgato o richiesto video e immagini di pornografia minorile, con vittime anche in età infantile.

L’operazione – sottolineano gli investigatori – ha messo in luce la gravita’ di un fenomeno, quello della diffusione di materiale pedopornografico da parte di adolescenti, che cercano e si scambiano tra loro il materiale. Perquisizioni della Polizia Postale sono state compiute in Sicilia, Puglia, Lazio, Piemonte, Lombardia, Toscana, Veneto, Calabria, Campania, Sardegna, Friuli-Venezia-Giulia, Basilicata, Emilia Romagna ed Abruzzo. Le province interessate Catania, Ragusa, Bari, Brindisi, Foggia, Taranto, Roma, Torino, Alessandria, Asti, Novara, Milano, Brescia, Pavia, Firenze, Livorno, Prato, Venezia, Treviso, Verona, Reggio Calabria, Catanzaro, Napoli, Oristano, Gorizia, Terni, Genova, Matera, Forlì e L’ Aquila. Numeroso il materiale informatico sequestrati, che sarà sottoposto ad approfondite analisi informatiche.

Fonte ANSA

BULLISMO SU WHATSAPP, LA PROCURA INDAGA

Un gruppo sulla popolare chat creato da sette studenti delle medie contro una compagna di classe disabile, ha sbigottito l’opinione pubblica sul fenomeno. Ecco cosa prevede la legge.

La cronaca recente ha riportato l’attenzione pubblica sulla vicenda di una ragazzina presa di mira dai compagni di una scuola media piacentina. (Leggi qui l’articolo di Piacenza24)
La Polizia locale, allertata dalla madre della ragazza sta indagando su questa grave vicenda in cui la vittima ha sviluppato anche sintomi fisici in seguito alla somatizzazione delle gravi offese subite nella chat di gruppo intitolata “Noi ti odiamo”, in cui lei stessa era stata inserita per essere poi bersaglio di pesanti e ripetuti insulti.
Gli atti dell’inchiesta sono stati trasmessi al Tribunale dei minori di Bologna dove la Procura ha indagato gli autori del fatto per violenza privata continuata, minacce e diffamazione, anche se la loro posizione è destinata a essere archiviata in considerazione della giovane età.
In merito all’età degli autori di un reato, va segnalato, comunque, che, nei casi di particolare gravità, l’art. 224 c.p. prevede che

” Qualora il fatto commesso da un minore degli anni quattordici sia preveduto dalla legge come delitto, ed egli sia pericoloso, il giudice, tenuto specialmente conto della gravità del fatto e delle condizioni morali della famiglia in cui il minore è vissuto, ordina che questi sia ricoverato nel riformatorio giudiziario o posto in libertà vigilata […]”

Ugualmente risulta possibile agire in sede civile nei confronti degli esercenti la potestà genitoriale sugli autori del reato posto che, ai sensi dell’art. 2048 c.c.

“Il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi […]”

In riferimento al caso specifico di diffamazione commessa mediante insulti su un gruppo Whathapp si richiama una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione, sez. V pen. n. 7904 del 20 febbraio 2019 contenente due importanti precisazioni:
la prima concerne l’irrilevanza del fatto che tra i membri del gruppo sia inserita anche la persona nei cui confronti vengono formulate le espressioni offensive posto che, sebbene il mezzo utilizzato consenta, in astratto, anche alla “vittima” di percepire direttamente l’offesa, il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia più ampia di fruitori – i quali peraltro potrebbero venirne a conoscenza in tempi diversi – fa sì che l’addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia rispetto a quella interpersonale tra offensore e offeso: di qui l’offesa alla reputazione della persona ricompresa nella cerchia dei destinatari del messaggio.
la seconda riguarda il valore probatorio attribuito alla stampa dei messaggi di contenuto offensivo, estrapolata dal “display” di un telefono cellulare nella disponibilità della persona offesa, certamente utilizzabile alla stregua di prova documentale, ai sensi dell’art. 234 c.p.p. che consente

“l’acquisizione di scritti e documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia o qualsiasi altro mezzo” della quale non è disconosciuta la genuinità”.