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ODIO SUL WEB: LE CONSEGUENZE LEGALI

Dai migranti ai carabinieri, solo per rimanere agli ultimi fatti di cronaca, le affermazioni d’odio corrono sempre più numerose sulla rete. Ma hanno precise conseguenze per la nostra legge.

Divulgare sui social network, nei blog e su internet in generale frasi che incitano alla discriminazione o a commettere violenze per motivi religiosi, etnici o razziali significa commettere un reato per i reati previsti dalla legge Mancino (l. 205/93). […]

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PEDOFILIA WEB, 51 INDAGATI, 30 MINORENNI

Indagati in diverse città d’Italia dalla Procura Distrettuale per detenzione e divulgazione di pornografia minorile sul web. Un’operazione a cura della Polizia Postale di Catania. Proseguono le perquisizioni in tutta Italia

Le indagini hanno preso avvio dopo la denuncia della madre di un adolescente che si era accorta della presenza nello smartphone del figlio di immagini erotiche di minori pubblicate su due gruppi WhatsApp, ai quali il figlio aveva aderito, chiamati “Tana della Luna” – da cui il nome dell’operazione – e “scoobyDank”, che inizialmente condividevano immagini e video di torture, suicidi e simili.

La Polizia Postale ha acquisito il contenuto dello smartphone, che la donna ha consegnato spontaneamente, e quello dei gruppi Whatsapp, individuando così circa 300 persone che vi avevano aderito e riuscendo ad identificare quelle che avevano divulgato o richiesto video e immagini di pornografia minorile, con vittime anche in età infantile.

L’operazione – sottolineano gli investigatori – ha messo in luce la gravita’ di un fenomeno, quello della diffusione di materiale pedopornografico da parte di adolescenti, che cercano e si scambiano tra loro il materiale. Perquisizioni della Polizia Postale sono state compiute in Sicilia, Puglia, Lazio, Piemonte, Lombardia, Toscana, Veneto, Calabria, Campania, Sardegna, Friuli-Venezia-Giulia, Basilicata, Emilia Romagna ed Abruzzo. Le province interessate Catania, Ragusa, Bari, Brindisi, Foggia, Taranto, Roma, Torino, Alessandria, Asti, Novara, Milano, Brescia, Pavia, Firenze, Livorno, Prato, Venezia, Treviso, Verona, Reggio Calabria, Catanzaro, Napoli, Oristano, Gorizia, Terni, Genova, Matera, Forlì e L’ Aquila. Numeroso il materiale informatico sequestrati, che sarà sottoposto ad approfondite analisi informatiche.

Fonte ANSA

BULLISMO SU WHATSAPP, LA PROCURA INDAGA

Un gruppo sulla popolare chat creato da sette studenti delle medie contro una compagna di classe disabile, ha sbigottito l’opinione pubblica sul fenomeno. Ecco cosa prevede la legge.

La cronaca recente ha riportato l’attenzione pubblica sulla vicenda di una ragazzina presa di mira dai compagni di una scuola media piacentina. (Leggi qui l’articolo di Piacenza24)
La Polizia locale, allertata dalla madre della ragazza sta indagando su questa grave vicenda in cui la vittima ha sviluppato anche sintomi fisici in seguito alla somatizzazione delle gravi offese subite nella chat di gruppo intitolata “Noi ti odiamo”, in cui lei stessa era stata inserita per essere poi bersaglio di pesanti e ripetuti insulti.
Gli atti dell’inchiesta sono stati trasmessi al Tribunale dei minori di Bologna dove la Procura ha indagato gli autori del fatto per violenza privata continuata, minacce e diffamazione, anche se la loro posizione è destinata a essere archiviata in considerazione della giovane età.
In merito all’età degli autori di un reato, va segnalato, comunque, che, nei casi di particolare gravità, l’art. 224 c.p. prevede che

” Qualora il fatto commesso da un minore degli anni quattordici sia preveduto dalla legge come delitto, ed egli sia pericoloso, il giudice, tenuto specialmente conto della gravità del fatto e delle condizioni morali della famiglia in cui il minore è vissuto, ordina che questi sia ricoverato nel riformatorio giudiziario o posto in libertà vigilata […]”

Ugualmente risulta possibile agire in sede civile nei confronti degli esercenti la potestà genitoriale sugli autori del reato posto che, ai sensi dell’art. 2048 c.c.

“Il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi […]”

In riferimento al caso specifico di diffamazione commessa mediante insulti su un gruppo Whathapp si richiama una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione, sez. V pen. n. 7904 del 20 febbraio 2019 contenente due importanti precisazioni:
la prima concerne l’irrilevanza del fatto che tra i membri del gruppo sia inserita anche la persona nei cui confronti vengono formulate le espressioni offensive posto che, sebbene il mezzo utilizzato consenta, in astratto, anche alla “vittima” di percepire direttamente l’offesa, il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia più ampia di fruitori – i quali peraltro potrebbero venirne a conoscenza in tempi diversi – fa sì che l’addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia rispetto a quella interpersonale tra offensore e offeso: di qui l’offesa alla reputazione della persona ricompresa nella cerchia dei destinatari del messaggio.
la seconda riguarda il valore probatorio attribuito alla stampa dei messaggi di contenuto offensivo, estrapolata dal “display” di un telefono cellulare nella disponibilità della persona offesa, certamente utilizzabile alla stregua di prova documentale, ai sensi dell’art. 234 c.p.p. che consente

“l’acquisizione di scritti e documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia o qualsiasi altro mezzo” della quale non è disconosciuta la genuinità”.

MESSAGGI DIFFAMATORI SU FACEBOOK PER MICHELA MURGIA

Il web di nuovo strumento di violenza verbale e psicologica. La scrittrice riceve pesanti parole diffamatorie attraverso il più popolare social network da un gruppo che la minaccia di stupro.

E’ di queste ore la notizia che sta rimbalzando su tutti i media che riguarda gli insulti rivolti alla scrittrice sarda Michela Murgia tramite Facebook in seguito ad un intervento che quest’ultima aveva  fatto a Bologna domenica scorsa durante un dibattito per la Repubblica delle Idee.

A bersagliare la Murgia è un gruppo di Facebook che si chiama “Gruppo uniti a Salvini” e che è già stato segnalato alle autorità postali.

Lei per niente intimorita ha reagito con un suo post personale allegando gli screenshot dei messaggi:

C’è un gruppo “C’è un gruppo dei sostenitori della Lega che si chiama UNITI A SALVINI. Gli iscritti sono 13.595. Qualcuno di loro ci ha postato un articolo che sintetizza il mio intervento a Bologna in piazza Maggiore per la Repubblica delle Idee. Queste sono le reazioni, che si susseguono incontrastate da ore in assenza totale di moderatore.
Non sono una persona insicura né fragile. Che questa gente mi auguri la morte, lo stupro o mi insulti mi importa poco a titolo individuale. Davanti a questa violenza faccio le sole cose sensate: segnalare il gruppo a FB (cosa che vi invito a fare a vostra volta) e denunciare le persone che hanno scritto le cose penalmente rilevanti”.
Ogni giorno un nuovo caso porta a galla un fenomeno strisciante e sommerso fatto di minacce non troppo velate e tanto sessismo.
Tutto questo è diffamazione!


A questo punto la scrittrice non ha esitato a rivolgersi al leader della Lega chiedendogli perché mai le pagine a sostegno del suo partito possano arrivare a tollerare questo linguaggio orrendo che finisce non solo di avere uno scopo intimidatorio, ma offre l’esempio, rischiando di indurre altri a fare altrettanto, sdoganando un linguaggio triviale, minaccioso, osceno che sfocia in una specie di orrenda catena di sant’antonio.

Ed ancora la Murgia scrive in un post su facebook:

“Lasciare questa sequela di commenti in un gruppo aperto dedicato a Salvini – commenta la Murgia – manifesta l’intenzione di punirne una per educarne cento». Il dissenso politico non può essere punito con l’odio, fino alle minacce. La sequenza delle offese è impressionante. «Ha due guanciotte giuste da riempire di schiaffoni», «Da un nero ti devi trafiggere», «questa vuole i migranti per altri motivi personali». «fatti curare deficiente, spero che tutto ciò ti si ritorcerà contro». Sembri un cesso plastificato»
“Segnalare i comportamenti violenti non è inutile. Il contenuto dove comparivano i commenti in cui mi si augurava lo stupro è stato rimosso da FB e il gruppo di salviniani non è più un gruppo aperto: per leggere i loro post adesso occorre iscriversi. Voglio ringraziare le moltissime persone che hanno fatto la segnalazione e che in queste ore mi hanno manifestato solidarietà e vicinanza a vario titolo. E’ questo che occorre fare: agire uniti e vicini, riconoscendoci nei principi democratici che garantiscono la libertà di tutti e tutte. Prima di arrivare agli avvocati c’è il deterrente del giudizio sociale, che va esercitato ora più che mai. La linea del “sii superiore e lascia perdere gli ottusi e i violenti” ha ottenuto il solo risultato di far arrivare gli ottusi e i violenti al governo. Non molliamo!
Ora l’unica strada percorribile per fermare questa catena di violenze è quella giudiziaria in sede penale e civile.

Di seguito gli screenshot:
1) Il post di Michela Murgia sul suo profilo QUI lo puoi leggere tutto
2) I commenti diffamattori
3) La risposta di Fb sulla vicenda

IL DIRITTO ALL’OBLIO SUL WEB

Un argomento che suscita sempre maggiore interesse, ma al momento non esiste una legge che lo regolamenti ma solo sentenze su casi specifici. Il diritto all’oblio si trova ancora senza normative, ma solo con un diritto di deindicizzazione

Nell’era digitale, ciascun utente della rete può facilmente pubblicare notizie, foto, video, audio e, in generale, contenuti digitali che si riferiscono sia all’utente stesso che a terzi soggetti.

Può capitare che tali contenuti vengano successivamente ritenuti pregiudizievoli per la reputazione del diretto interessato, oltre che lesivi della sua privacy.
A titolo esemplificativo, qualcuno (generalmente un giornale online) può
aver pubblicato su un sito internet un articolo nel quale si riferisce di una condanna penale comminata ad una persona, ovvero di una condanna civile di risarcimento danni, o un pignoramento iniziato nei confronti
di qualche soggetto.

Inoltre, può verificarsi che vengano pubblicati online contenuti multimediali (video, foto etc.) suscettibili di dare un’immagine distorta o non più attuale del soggetto cui si riferiscono.

Tali dati e notizie, una volta pubblicati online, possono diventare facilmente reperibili da chiunque acceda alla rete, nella misura in cui i predetti contenuti siano rintracciabili e raggiungibili attraverso i classici motori di ricerca (es. “Google”).
Ebbene, in queste ipotesi il diretto interessato, onde evitare che notizie ritenute pregiudizievoli ed offensive continuino ad essere di pubblico dominio, può ottenere la rimozione dai motori di ricerca di tutti i link e riferimenti che rimandano ai contenuti online in questione, invocando il
cd. “diritto all’oblio”.
Il diritto all’oblio è il diritto di ciascun soggetto ad essere “dimenticato”.

Esso si attua, in concreto, mediante la rimozione di tutti quei link e riferimenti che rimandano ad un contenuto online ritenuto lesivo.
Come accennato, infatti, una notizia o contenuto multimediale presente online diventa facilmente raggiungibile da chiunque acceda ad internet, nel momento in cui tali contenuti risultino visibili mediante i link che compaiono a seguito di una ricerca effettuata online (sempre a titolo esemplificativo, ricerca tramite “Google”).
Siffatto meccanismo, in informatica, è chiamato “indicizzazione”, e consente il facile reperimento e raggiungimento di pagine o siti internet presenti nelle banche dati dei motori di ricerca online: è sufficiente inserire alcune parole chiave nell’apposito canale di ricerca affinché tra i risultati compaiano i “link” (= collegamenti) a siti internet e, di conseguenza, ad articoli o contenuti multimediali.
Viceversa, il meccanismo che consente la rimozione di tali link dai motori di ricerca e, di conseguenza l’impossibilità di trovare agevolmente certi contenuti presenti in rete, è definito “deindicizzazione”.
Tecnicamente, pertanto, è la cd “deindicizzazione” che consente l’attuazione del diritto all’oblio.
E’ bene sottolineare, tuttavia, che la deindicizzazione non equivale ad eliminazione della notizia, dato o contenuto multimediale pregiudizievole dell’interessato a cui quelle informazioni si riferiscono: per eliminare
definitivamente un contenuto ritenuto lesivo della propria persona, occorrerà rivolgersi direttamente al titolare del trattamento ovvero al responsabile del trattamento di quel dato e chiederne la cancellazione
dal proprio sito internet.
Il diritto all’oblio è un diritto di creazione prettamente giurisprudenziale.
Esso ha avuto notevole impatto a seguito della nota Sentenza della Corte di Giustizia Ue del 2014 (v. Corte Giustizia Europea, C-131/12
del 13 maggio 2014), con la quale la Corte ha condannato Google alla deindicizzazione di alcuni siti internet che riportavano notizie lesive della sfera privata e della dignità di un cittadino europeo di origine
spagnola.

In Italia vi sono state negli ultimi anni diverse sentenze (cfr. Trib. Roma, n. 23771/2015), anche della Suprema Corte (cfr per tutte Cass. Civ., n. 13161/16), che hanno espressamente riconosciuto tale diritto, nonché diverse pronunce favorevoli dello stesso Garante della Privacy italiano.
Di particolare interesse una delle ultime pronunce dell’Autorità (v. Provvedimento del 21 dicembre 2017 n. 557 del Garante Privacy), con la quale è stato condannato Google a deindicizzare link non soltanto
europei ma anche extra UE, riconoscendo così all’interessato tutela effettiva anche al di fuori dei confini UE.
Il diritto all’oblio è stato successivamente disciplinato dall’art. 17 del GDPR (Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali), che introduce espressamente il “diritto alla cancellazione”; il citato Regolamento Europeo operativo per tutti gli Stati UE a partire dal 25 maggio 2018.
La richiesta di deindicizzazione va rivolta direttamente a Google o ad altro titolare del motore di ricerca da cui si vogliono eliminare i link in questione.

Google ha messo a disposizione un modulo online attraverso cui indicare in particolare un indirizzo mail di contatto, il link che s’intende eliminare, la motivazione, e la copia di un documento d’identità del richiedente.

Ricevuta la richiesta di deindicizzazione, Google deve obbligatoriamente “lavorarla” ed in tempi brevi.
Per quanto riguarda l’oggetto della richiesta, la giurisprudenza unanime ammette che ciò che tutela il diritto all’oblio è la reputazione e riservatezza dell’interessato (cfr per tutte Cass. Civ., n. 13161/16). Di
conseguenza, ogni contenuto lesivo dei predetti diritti può comportare la rimozione tanto di link che rimandano ad una notizia in cui si segnala che a carico dell’interessato alla cancellazione vi sono precedenti giudiziari sia civili che penali (condanne per reato, pignoramenti, vendite all’asta etc.); quanto di link che rimandano a notizie o contenuti multimediali ritenuti offensivi della propria reputazione.
Tuttavia, secondo la giurisprudenza, devono sussistere alcune condizioni affinché il destinatario della richiesta di deindicizzazione possa procedere:

a) bilanciamento tra il diritto (privato) alla reputazione e riservatezza con il diritto di cronaca e l’interesse (pubblico) alla conoscenza di certe informazioni, connesse in special modo con il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica (cfr. Corte Giustizia Europea, C-131/12 del 13 maggio 2014);
b) il o i link di cui si chiede la rimozione devono avere ad oggetto notizie o contenuti risalenti nel tempo.

La giurisprudenza non indica un margine di tempo affinché un dato possa definirsi risalente, per cui il rispetto di tale condizione appare rimessa alla discrezionalità della società che gestisce i motori di ricerca, e, in caso di attivazione del rimedio giurisdizionale, all’interpretazione del giudice.
Nel caso in cui il destinatario della richiesta di cancellazione rimanga inadempiente, l’interessato può rivolgersi direttamente al Garante della Privacy o all’Autorità Giudiziaria (conf. ancora Trib. Roma, n.23771/2015).

I RISCHI DEL “SEXTING” TRA I MINORI

La tendenza a inviare foto e messaggi sessualmente espliciti via PC o smartphone, coinvolge un adolescente su quattro, un incubo per i genitori dell’era digitale.

Con il termine “sexting” si indicano tutte quelle condotte poste in essere nell’ambito di un rapporto interpersonale di natura privata, di produzione, possesso o cessione di immagini o video pornografici autoprodotti in modo spontaneo da un minore e da questi inviati ad un partner, ad un amico, ad un coetaneo. In tal caso si parla di “sexting primario“. Quando le suddette immagini e i video vengono ceduti o diffusi a terzi da parte di chi li ha ricevuti da un minore, senza il suo consenso, si parla invece di “ sexting secondario“. Spesso ciò si verifica al termine di una relazione sentimentale tra coetanei, in genere al fine di umiliare l’ex partner, per arrecargli un danno o per vendetta ( in quest’ultimo caso si parla di ” revenge porn“).

I pericoli sottesi a questa pratica molto diffusa tra i minori sono molto alti (secondo una recente ricerca di skuola.net della Polizia di Stato almeno un minore su 4 di età compresa tra i 13 ed i 18 anni ha praticato il “sexting ” e, di questi, almeno il 15% ha subito la cessione a terzi delle immagini intime che lo riguardavano).

Ma perchè il sexting è da considerarsi pericoloso?

Se è vero che le app per il sexting permettono di inviare messaggi che si autodistruggono e impediscono al destinatario di scaricarle e di effettuare screenshot, il fenomeno si è diffuso anche attraverso altre app di messaggistica instantanea, la più usata tra queste è WathsApp. Quindi, le sole app di settore, potrebbero non essere sufficienti per mettersi al riparo dal revenge porn e altri tentativi di ricatto di partner poco leali o ex in cerca di vendetta. Per un adolescente, dedicarsi al sexting è molto semplice, ma alquanto pericoloso, soprattutto se nel praticarlo si è poco attenti alla propria privacy e alla difesa della propria intimità.
Diversi casi di cyberbullismo, testimoniano che non sempre le foto o i video realizzati per il sexting restano privati. Può capitare, per i motivi più svariati, che la persona che li riceve inizi a diffonderli online, provocando danni (sia psicologici, sia d’immagine) difficilmente calcolabili.

Una volta che si preme sul pulsante invia, infatti, la foto o il video non sono più sotto il nostro diretto controllo e, di fatto, chi li riceve può decidere di utilizzarli come meglio crede. Prima di diventare un fenomeno virale del web, e trovarsi invischiati in una vicenda a dir poco squallida, meglio quindi pensare preventivamente a tutte le possibili conseguenze.

Per questo, è assolutamente necessario che il minore che scopra che le proprie immagini e/o video intimi sono state cedute a terzi senza il suo consenso, sporga tempestivamente denuncia-querela, così da arginare gli effetti che potrebbero derivare dalla diffusione dei contenuti ad un numero indeterminato di persone.

Tale condotta, infatti, integrerà il reato di cui all’art. 600 ter comma 4 c.p. (offerta o cessione di materiale pedopornografico), punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da € 1.549,00 a € 5.164,00, ovvero il più grave reato di cui all’art. 600 ter comma 3 c.p. , allorché il materiale venga messo a disposizione di soggetti indeterminati, (diffusione od offerta di pedopornografia), punito con la reclusione da 1 a 5 anni e con la multa da €2.582,00 ad € 5.1545,00. In entrambi i casi la Procura dovrà procedere d’ufficio a svolgere le indagini del caso.

Per la giurisprudenza è irrilevante il fatto che il materiale sia stato in origine prodotto direttamente dal minore senza una sua oggettiva utilizzazione da parte di terzi e ciò in quanto la strumentalizzazione del soggetto minore avviene nel momento in cui la sua immagine diviene oggetto di cessione per il soddisfacimento di altri interessi. E’ importante, dunque, che il minore vittima di tali condotte superi la vergogna o il senso di colpa che purtroppo spesso, anche se ingiustamente, si provano in queste circostanze e si rivolga nel più breve tempo possibile ad un adulto di riferimento o ad un soggetto che abbia le competenze per sostenerlo ed aiutarlo.

DIFFAMAZIONE E GIUSTIZIA SPORTIVA

Quale relazione tra la giustizia ordinaria e la giustizia sportiva nel caso in cui nell’ambito delle competizioni sportive venga commesso il reato di diffamazione?

L’ambito sportivo in generale, (e non solo il calcio), appassiona milioni di italiani che quotidianamente esprimono commenti e suggerimenti di ogni sorta a qualunque livello agonistico o amatoriale che sia, nei confronti di società, atleti, arbitri.

La Giustizia sportiva è da sempre molto attenta a sanzionare tramite la sezione disciplinare del Tribunale Federale, i tesserati che eccedono i limiti sanciti dal codice della Giustizia sportiva all’art. 1 bis comma 1,  che impone a tutti i tesserati i doveri di “lealtà correttezza e probità oltre che dai regolamenti per le varie discipline sportive che si uniformano al Codice.

In questa ottica il reato di diffamazione previsto dall’art art.595 del Codice Penale è sanzionato in ambito sportivo in modo concorrente e non alternativo seppur ovviamente con pene differenti.

La Giustizia ordinaria fa il suo corso in sede penale o civile su istanza della persona offesa, e la Giustizia sportiva, una volta attenzionata emette in tempi rapidissimi provvedimenti disciplinari nei confronti dei tesserati che si concretizzano in squalifiche, ammende, inibizioni.

La tutela dunque come si diceva è concorrente non alternativa e in caso di commissione di reati non è necessario chiedere alcuna deroga al Consiglio Federale per procedere con la giustizia ordinaria

Il Tribunale Nazionale dell’arbitrato per lo Sport nel lodo Guerra/ FIGC (prot. n. 1577 del 21.07.2010)  ha proprio espressamente detto infatti che: “ l’articolo 30, comma 2 dello Statuto della FIGC, disciplina il «vincolo di giustizia», mantiene intatta la sua portata e validità nell’ambito dell’autonomia dell’ordinamento sportivo, riconosciuto e favorito dalla Repubblica, ma si infrange laddove impatta con la materia penale, e quindi con reati che, a prescindere dalla loro azionabilità per querela di parte o di ufficio, impongono l’intervento esclusivo del giudice ordinario.

Ed invero, non può essere accolto l’argomento proposto dalla FIGC secondo il quale è lasciata ai singoli la possibilità di fare istanza al Consiglio Federale per ottenere una deroga che li autorizzi ad adire gli organi giurisdizionali dello Stato.

Porre tale obbligatorio adempimento procedimentale a carico di colui che ha subito gli effetti di condotte ascrivibili a ipotesi di reato per poter adire gli organi della giustizia ordinaria, infatti, non solo renderebbe meno efficace la tutela che l’ordinamento generale assicura alla persona offesa da un reato, ma finirebbe anche per affievolire lo stesso effetto di deterrenza delle norme penali nell’ambito sportivo.

E poiché “subordinare l’esercizio dell’azione penale all’autorizzazione del Consiglio Federale vorrebbe dire porsi in contrasto con i principi di uno Stato costituzionale, come chiaramente esplicitati agli artt. 24 e 25 Cost. l’irrogazione di una sanzione disciplinare per non aver ottemperato alla richiesta di autorizzazione in parola, non può non confliggere con le citate norme costituzionali” ( si veda sul punto anche lodo Setten/Treviso contro FIGC)

La pronuncia sopra riportata stabilisce che la tutela in caso di commissione di reati è un diritto costituzionalmente garantito e non può essere compressa o derogata ad altri organi che non siano quelli istituzionali.

Troviamo numerosi esempi di sanzioni irrogate dalla Giustizia sportiva per diffamazione utilizzando i media:

Con delibera del 12/13 settembre 2015 il Consiglio Federale della FIH /Federazione Italiana Hockey) ha deciso di recedere dal contratto stipulato con Fernando Ferrara (Senior Coach”, dall’1 gennaio 2014 al 31 dicembre 2016, e responsabile tecnico – sportivo della Squadra Nazionale femminile Senior e Under 21), per le seguenti motivazioni:

– per aver dichiarato, mediante una intervista rilasciata in data 28 luglio 2015 al quotidiano La Nuova Sassari, che “la Federazione ha deciso di interrompere definitivamente e in maniera inattesa il progetto denominato Road to Rio 2016”, nonché per aver asserito che “questa decisione ha costituito una sorpresa anche per il sottoscritto” e “anche per le ragazze è stato un vero e proprio colpo basso”;

– per aver nuociuto, con tali dichiarazioni, alla serenità dell’ambiente tanto che alcune delle ragazze “hanno aperto un profilo su Facebook dove è stata ripetutamente attaccata la Federazione”;

il Tribunale Federale con decisione 1 febbraio 2017 (Ferrara/ Federazione Italiana Hockey) ha sanzionato l’allenatore adducendo le seguenti motivazioni:

Per aver pronunciato, in un contesto di pubblica diffusione, espressioni offensive nei confronti della FIH sia negli articoli pubblicati su Facebook e sul giornale Nuova Sassari sia in occasione dell’intervista televisiva rilasciata il 14.8.2015 al TG3 Regionale presso il campo di hockey dell’Amsicora di Cagliari, in q. di allenatore della Nazionale femminile di Hockey, indossando, inoltre, in tale contesto la maglia della Federazione Italiana Rugby e comunque contravvenendo ad esplicite disposizioni del contratto firmato con la FIH; con conseguente violazione dell’art. 1, commi 1 e 3, e art. 57 c. del Regolamento di Giustizia FIH in relazione all’art. 11, commi 1 e 2, della Statuto federale FIH 2015;

b) II diritto di critica non deve in ogni caso travalicare i limiti della corretta convivenza civile e non può sfociare in affermazioni di natura offensiva lesive dell’onorabilità del destinatario di essa;

c) Le espressioni esprimono ex se una valenza denigratoria ed altamente negativa nei confronti della FIH; pertanto sono stati violati i criteri di rispetto e di educazione ed i principi di lealtà, correttezza e probità che devono caratterizzare i rapporti tra soggetti federali e a tali principi non sono ispirate le menzionate espressioni utilizzate dal soggetto interessato”.

Con decisione dell’1 febbraio 2017, il Tribunale Federale ha accolto le tesi della Procura e ha disposto la sospensione per mesi tre del sig. Ferrara.

E ancora Juventus Vs Napoli (giugno 2018), i giovani calciatori della Juventus fc under 15 dopo la vittoria in semifinale per 3-0 contro il Napoli postano sui propri social network (Instagram e Facebook) i video dei loro festeggiamenti.

Uno di questi video desta però l’attenzione dell’opinione pubblica e soprattutto della Procura Federale della FIGC. Questa la frase incriminate : “ abbiamo un sogno nel cuore Napoli usa il sapone”.

La Juventus Fc e la FIGC decidono di condividere un comune percorso formativo per i giovani tesserati coinvolti e viene emanato il seguente comunicato: “… Al fine di tutelare i principi di lealtà e correttezza sportiva, la FIGC e la Juventus  hanno condiviso per i ragazzi della formazione under 15 bianconera un percorso formativo, che inizierà immediatamente nei giorni successivi alla gara in questione, sulle tematiche del rispetto dell’avversario e del corretto uso degli strumenti digitali.”

La vicenda però come detto era stata segnalata alla Procura Federale della FIGC.

Nel dicembre 2018 il Tribunale Federale (sezione disciplinare) sanziona con una giornata di squalifica i 25 giocatori della Juventus FC under 15 e condanna la Juventus FC al pagamento di un’ammenda di €.6.000,00. 

Dunque non tutti i commenti e i comportamenti in ambito sportivo vanno esenti da punibilità e dove non può arrivare la Giustizia Sportiva (che si rammenta ha competenza solo sui propri tesserati) arriva la Giustizia ordinaria.

E’ dei giorni scorsi la notizia che il procuratore sportivo di Mario Balotelli Carmine Mino Raiola, è stato condannato attraverso un decreto penale del Gip del Tribunale di Ravenna a tre mesi di reclusione convertiti in una multa da 6.750 euro per diffamazione aggravata nei confronti dell’ex ct della Nazionale Arrigo Sacchi, che aveva sporto denuncia querela all’indomani della partita del 7 settembre 2018 tra Italia e Polonia.

Sacchi, intervistato in radio nel contesto di ‘Deejay football club‘, aveva dato una opinione sia sui giovani nazionali sia sul continuo tentativo di recupero dell’attaccante Mario Balotelli.

Il procuratore, quattro giorni dopo si era espresso su Sacchi con la frase rimbalzata sul web «Con le sue parole, Sacchi ha dimostrato di non avere né intelligenza, né classe (…) le parole di Sacchi su Balotelli confermano quello che tutti pensano ma che non hanno il coraggio di dire: è fuso e ormai mi fa solo pena»

Il Gip su richiesta del Pm ha ritenuto tale commento diffamatorio commesso con l’aggravante dell’uso del mezzo internet ed ha comminato all’imputato la relativa pena.

GIORNALISTI: COME EVITARE UNA CONDANNA

E’ bene conoscere i limiti da rispettare per non incorrere in un’eventuale condanna penale.
Vediamo insieme, nello specifico, quali sono i detti limiti

In fatto di giornalismo, si apre una pagina molto complicata. Spesso le tempistiche sempre più brevi per la pubblicazione, rendono difficile per un redattore, il completo studio della news.
Innanzitutto assume notevole rilievo la verità della notizia.
E’ questo il primo limite che l’articolista deve rispettare.
Il fatto divulgato non può essere oggetto di proprie considerazioni o alterazioni del vero, ma deve essere rappresentato così come verificatosi nella realtà.
L’elaborato deve essere oggettivo, neutro ed affidabile; dunque privo di qualsivoglia tipo o genere di accuse.
Il secondo limite è la continenza nella sua esposizione, da intendersi come il rispetto della forma dell’espressione che deve caratterizzare la cronaca per la sua neutralità, ovvero la correttezza dell’esposizione dei fatti.
L’esercente del diritto di cronaca non deve mai calarsi, infatti, nella morale delle persone, bensì deve prendere in considerazione soltanto i fatti posti alla sua attenzione.
Altro limite è il pubblico interesse della notizia.
Al fine di non violare i limiti del diritto di cronaca, occorre valutare se la questione affrontata sia di pubblica rilevanza.
Sul punto, la Giurisprudenza predilige un’interpretazione estensiva, riconducendo al concetto di pubblico interesse, anche quello di attualità.
Ovvero, deve trattarsi di un caso attuale.
Appare evidente che laddove si trattasse di un caso ormai “vecchio” in quanto tale verrebbe a mancare l’elemento del pubblico interesse e pertanto non sarebbe più scriminato dal diritto di cronaca.
In questo contesto, infatti, assume rilievo il diritto all’oblio, inteso come garanzia che ogni individuo dovrebbe avere affinchè non siano diffusi precedenti pregiudizievoli, lesivi per il suo onore, la sua reputazione e la sua riservatezza.
Tale garanzia trova riconoscimento anche a livello comunitario, nel regolamento entrato in vigore il 25 Maggio 2016 ove viene sancito che ogni interessato ha diritto ad ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano.
Peraltro, non va in questa sede, tralasciata la funzione rieducativa della pena di cui all’art. 27 della Costituzione la cui giustificazione non può che rinvenirsi nelle esigenze preventive e sociali, atte a garantire al condannato un reinserimento nella comunità sociale.
La scriminante del diritto di cronaca non può trovare applicazione quando la condotta dell’agente trasmodi oltre i detti limiti, venendo meno la veridicità oggettiva della cronaca e la correttezza dell’informazione in capo all’interessato nonché la pertinenza dei fatti divulgati.
Com’è noto il bene giuridico tutelato dalla dall’art. 595 c.p. è l’onore di un soggetto e pertanto affinchè si configuri tale delitto occorre che vi sia offesa all’onore e alla reputazione personale di un soggetto a mezzo di una comunicazione con più interlocutori e senza la presenza della persona offesa.
Il delitto di diffamazione è perseguibile soltanto a querela di parte, trattandosi di un interesse strettamente personale del soggetto leso e pertanto non soggetto a tutela pubblica ex officio.
E’ evidente che la sussistenza della verità del fatto oggetto di contestazione del reato di diffamazione non è, dunque riconducibile a presunta inidoneità della notizia a ledere l’altrui reputazione ma, semmai, ad un requisito intrinseco della causa di giustificazione del diritto di cronaca.
Come ribadito anche di recente dalle Sezioni Unite, l’accertamento dell’esistenza di una scriminante, determina l’assoluzione dell’imputato poiché il fatto non costituisce reato, venendo meno l’elemento dell’antigiuridicità.
Circa il risarcimento del danno da diffamazione in sede civile.
Negli ultimi anni, si assiste ad una prevalenza dell’azione civile su quella penale in merito alla diffamazione a mezzo stampa dovuta, probabilmente, alle condizioni più favorevoli per il danneggiato.

In primis il tempo a disposizione per richiedere il risarcimento derivante da diffamazione, in sede civile ai sensi dell’art. 2947 c.c. si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto illecito si è verificato; ex adverso in sede penale il termine utile per sporgere querela è di Tre Mesi.
Altra conditio agevole per l’attore, è la mancanza dell’attività di “filtro”, in sede civile, a differenza di quella penale invece dove tale attività è espletata dal pubblico ministero, dominus delle indagini preliminari il quale potrebbe ben decidere di non esercitare l’azione penale, richiedendo l’archiviazione della notizia di reato al Giudice delle indagini preliminari.

DIFFAMAZIONE ONLINE: A CHI LA COMPETENZA?

Chi offende l’altrui reputazione attraverso facebook o social network simili rischia di incorrere nel reato di diffamazione. Ma qual è il Giudice competente in materia? Ecco cosa è opportuno sapere.

Anche una semplice scritta sul proprio stato può diventare una condotta penalmente perseguibile in concorso, ovvero la condivisione di un post diffamatorio e talvolta anche un semplice like. Questo è il terreno di “lavoro” per i cosidetti haters (tradotto letteralmente “odiatori”), ovvero gli utenti dei social network che, protetti dallo schermo, sfogano rabbia e frustrazioni contro personaggi pubblici, parenti, compagni di scuola e perfino persone sconosciute.

Il problema, però, è che colpevole e persona offesa, potrebbero essere molto distanti tra loro. Si pensi ad un utente facebook residente in Lombardia che offenda una persona che si trova in Sicilia; oppure ad un pugliese che insulti sulla bacheca social un ligure. In tutte queste ipotesi, dove si svolgerà il processo penale? Con questo articolo spiegheremo cos’è la diffamazione online e qual è il giudice competente

Cos’è la diffamazione?

La diffamazione consiste nell’offendere la reputazione di un’altra persona quando questa non sia presente (art.595 cp) . L’offesa, quindi, deve essere comunicata a terze persone, non al diretto interessato, il quale nemmeno deve essere presente: è questa la grande differenza con l’ex reato di ingiuria (art.594 cp oggi depenalizzato) .

Mentre con l’ingiuria si lede la considerazione che la persona offesa ha di se stessa, con la diffamazione si lede la reputazione che la vittima ha all’interno della società. Per questo motivo essa è ritenuta più grave della semplice ingiuria e, pertanto, a differenza di quest’ultima, la diffamazione è ancora punita con la reclusione.

Il codice penale punisce il reato di diffamazione “semplice” con la reclusione fino a un anno oppure, in alternativa, con la multa fino a 1032 euro. Se, però, l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro.

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro.

Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Gli ultimi casi prospettati possono essere definiti di diffamazione aggravata, in quanto ritenuti maggiormente deleteri rispetto alla diffamazione semplice, cioè quella punita con la reclusione massima di un anno.

Per quanto riguarda l’attribuzione di un fatto determinato, deve trattarsi di un episodio sufficientemente delineato, di modo che possa essere più credibile e, pertanto, possa arrecare un maggior danno al diffamato rispetto ad una diffamazione generica.

La diffamazione su facebook: è reato?

Chi offende la reputazione, la dignità o l’onore di un’altra persona utilizzando facebook non solo si macchia del reato di diffamazione, ma addirittura di diffamazione aggravata. Perché? Semplice: perché chiunque può leggere l’offesa scritta sul social. Insultare una persona su un social network equivale a oltraggiarla pubblicamente, come se si utilizzasse la stampa oppure si trovasse in una piazza affollata.

Proprio la dimensione di internet fa sì che il reato sul web sia considerato più grave di quello realizzato in una realtà materiale: più precisamente, l’utilizzo di internet integra l’ipotesi di diffamazione aggravata dall’uso di un mezzo di pubblicità, stante la particolare capacità divulgativa del mezzo telematico. Ciò ha riflessi anche sulla competenza del giudice: giudicare della diffamazione aggravata spetta al tribunale in composizione monocratica, mentre la diffamazione semplice è di competenza del giudice di pace.

Qual è il giudice competente?

Appurato che la diffamazione online è un’ipotesi di diffamazione aggravata, resta da capire davanti a quale giudice l’imputato si troverà a difendersi. In particolare, due sono le ipotesi che si fronteggiano:

  1. giudice territorialmente competente è quello del luogo ove è avvenuto il reato: in questa circostanza, il processo si celebrerebbe nel posto ove si trovava il reo al momento del fatto, cioè quando ha digitato l’offesa (Cass., sent. n. 31677/2015);
  2. giudice territorialmente competente è quello del luogo ove si trovava la vittima nel momento in cui ha avuto percezione dell’offesa, cioè quando ha letto gli insulti a lui pubblicamente diretti.

La giurisprudenza oscilla tra i due orientamenti appena richiamati. A rigore, la tesi da accogliere sarebbe la seconda, in quanto il reato di diffamazione si intende consumato (cioè, perfezionato), solamente nel momento in cui la vittima ne ha percezione. In realtà, però, poiché è difficile capire quando concretamente si realizza la lesione all’onore, la Corte di Cassazione preferisce adottare il criterio più sicuro del luogo ove il contenuto offensivo è stato caricato: prevale quindi in giurisprudenza la tesi che individua il giudice competente del reato di diffamazione online in quello del luogo in cui la condotta lesiva si è realizzata, che è il posto dove si trovava il colpevole al momento del fatto (Cass., sent. n. 8482/2017 del 22.02.2017).

Ma è sempre reato?

La diffamazione online perpetrata attraverso i social network si può perfezionare anche a mezzo chat o sistemi di messaggistica istantanea, a meno che l’offesa non sia inviata attraverso mail o messaggi diretti a un unico destinatario: in questo caso, non si potrà avere diffamazione ma al massimo ingiuria. Se invece il messaggio viene inoltrato a destinatari diversi e molteplici, ad esempio attraverso gruppi whatsapp, le cose cambiano: per la giurisprudenza la condotta è più grave, si tratta di diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità e la competenza è del tribunale.

Perché scatti il reato di diffamazione non è necessario che la vittima sia identificata con il suo nome e cognome: bastano anche indicazioni univoche che tolgano ogni dubbio sul destinatario della frase.

CYBERBULLISMO, COME TUTELARSI LEGALMENTE

La Polizia Postale e la consulenza di un esperto legale, potrebbero essere di grande aiuto. In questo articolo ecco come il Commissariato di P.S. online, approfondisce l’argomento.

Un’età compresa tra i 10 e i 16 anni, un’immagine di bravi studenti, una competenza informatica superiore alla media, incapacità a valutare la gravità delle azioni compiute on-line: questo l’identikit del cyber bullo, che usa internet per realizzare quello che magari non riesce a vendicare nella vita reale, quello che non ha il coraggio di fare nel cortile della scuola.

Si conoscono tra i banchi di scuola o nella palestra del pomeriggio. Tramite il click del mouse, si sostituiscono ai compagni di classe più timidi sui social network, a nome di altri diffondono immagini e informazioni riservate tramite mms sui telefonini, raccontano particolari personali o dichiarano disponibilità sessuali a nome delle compagne: questi i comportamenti devianti più spesso arrivati all’attenzione degli agenti della Polizia delle Comunicazioni.

Quando dopo una denuncia intervengono gli agenti per fermare azioni di bullismo spesso si hanno delle reazioni di stupore di vergogna e lacrime da parte dei cyberbulli più giovani che ovviamente non si sono resi conto di quanto fosse stato feroce il loro modo di prendere in giro qualcuno.

Il quadro cambia notevolmente con l’avanzare dell’età dei cyber bulli, i comportamenti diventano più articolati, più vessatori, più simili ai maltrattamenti ripetuti, agli insulti davanti agli amici tipici del bullismo “reale”.

Numerosi i casi negli ultimi anni, ma nulla vieta di ritenere che i giovani tengano sotto silenzio molte delle prepotenze on-line perché non sanno che esistono leggi per tutelarli e perché in fondo la sofferenza di “leggersi” insultato sul web è motivo di vergogna, è testimonianza di debolezza che non si vuole confessare, nemmeno alla Polizia.


La  Legge 29 maggio 2017 nr. 71 – “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto al fenomeno del cyberbullismo”, – (http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/06/03/17G00085/sg) –  entrata in vigore il 18 giugno 2017, ha introdotto nuove forme di tutela degli adolescenti colpiti da tale fenomeno. In particolare la Legge prevede, tra le maggiori novità:


INFORMATIVA ALLE FAMIGLIE: salvo che il fatto costituisca reato, il dirigente scolastico che venga a conoscenza di atti di cyberbullismo ne informa tempestivamente i soggetti esercenti la responsabilita’ genitoriale ovvero i tutori dei minori coinvolti e attiva adeguate azioni di carattere educativo.


AMMONIMENTO: fino a quando non è presentata querela per taluno dei reati cui agli artt. 594 (Ingiuria), 595 (Diffamazione) e 612 (Minaccia) del Codice Penale e all’art. 167 del Codice per la protezione dei dati personali, di cui al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196, commessi, mediante la rete internet, da minorenni di eta’ superiore agli anni quattordici nei confronti di altro minorenne, e’ applicabile la procedura di ammonimento di cui all’articolo 8, commi 1 e 2, del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38. A tal fine il questore convoca il minore, insieme ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale; gli effetti dell’ammonimento cessano al compimento della maggiore età.


OSCURAMENTO:  il minore che abbia compiuto almeno 14 anni e i genitori o esercenti la responsabilità sul minore, possono inoltrare al titolare del trattamento o al gestore del sito internet o del social media un’istanza per l’oscuramento,  la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore, diffuso nella rete internet. Se non si provvede entro 48 ore, l’interessato può rivolgersi al Garante della Privacy che interviene direttamente entro le successive 48 ore.

Articolo tratto da https://www.commissariatodips.it/